Il ritorno dello stato

Tito Boeri

Un giorno che ci eravamo svegliati rosso intenso, mi è capitato sotto casa di imbattermi (nel senso letterale del termine) in un giovane signore con due mascherine e un fazzoletto al collo che scrutava in modo compulsivo il contapassi che aveva in mano, al punto da inavvertitamente franarmi addosso. Ricevute le sue scuse, non ho resistito dal chiedergli le ragioni di questo suo strano comportamento. “Se cammino devo mettere la FP2, se cammino veloce posso concedermi la chirurgica, se corro posso limitarmi allo scaldacollo. Ma come faccio a capire se sto camminando piano o veloce o se sto quasi correndo?”.

La pandemia di coronavirus ha spinto il settore pubblico a entrare in modo ancora più invasivo nelle nostre vite, regolando ogni aspetto più recondito della nostra quotidianità, dalle nostre uscite di casa alle persone che possiamo invitare a cena. Intendiamoci: lo ha fatto spesso (non sempre) per buone ragioni e altri paesi, che hanno avuto uno Stato meno invadente, se ne sono pentiti amaramente. Fatto sta che anche quando finalmente usciremo dall’emergenza ci ritroveremo con uno Stato ipertrofico che ha invaso campi in passato riservati esclusivamente all’iniziativa privata.

La fine della pandemia può essere l’occasione per ridisegnare i confini dello Stato, rafforzare la sua presenza dove ce n’è maggiore necessità progettandone la ritirata altrove. Cosa deve fare il settore pubblico per i propri cittadini e cosa invece deve limitarsi unicamente a regolare e lasciare all’iniziativa privata? E come trattare il privato che non si limita perseguire i propri interessi individuali o di impresa, ma che si organizza in comunità, in associazioni del Terzo settore, capaci di occuparsi del bene comune al pari, se non meglio, del settore pubblico?

La ricerca di vaccini contro il Covid-19 ha beneficiato di un forte sostegno pubblico. Senza questi finanziamenti probabilmente non sarebbe stato possibile bruciare i tempi. La scienza non aveva mai impiegato meno di 12 anni per trovare un vaccino contro patogeni virali. In media ci sono voluti 30 anni, e per alcuni virus, come l’HIV e l’epatite C, non c’è ancora un vaccino a più di 30 anni dalla loro apparizione sulla faccia della Terra. Questa volta abbiamo fatto molto in fretta: poco più di un anno e diversi vaccini a disposizione. Gli Stati che hanno corso i maggiori rischi nel finanziare la ricerca delle case farmaceutiche hanno non solo contribuito a offrire a tutti un’arma efficace contro la pandemia, ma sono riusciti anche a procurarsi una quantità adeguata di dosi da somministrare ai propri cittadini. In casi come questi, dove sono in gioco forti esternalità, è giusto che ci sia uno Stato imprenditore che condivide con il privato i rischi di impresa. Ma cosa c’entra tutto questo con chi oggi propone una nuova IRI o la creazione di Banche dello Stato?

Anche una volta ridefinito il perimetro dell’intervento pubblico, è bene interrogarsi su come renderlo più efficiente nel fare le cose che è giusto che faccia. La pandemia è stato uno stress-test molto impegnativo per le amministrazioni pubbliche. In alcuni casi, pensiamo all’impegno del personale medico e paramedico, ha dato il meglio di sé, e ci auguriamo che tutti traggano da questo esempio la consapevolezza di come sia importante pagare le tasse per finanziare questi servizi.

In altri casi le amministrazioni pubbliche hanno fallito e dobbiamo imparare da queste lezioni in negativo non meno che da quelle in positivo. Ad esempio, c’è molto da rivedere nel federalismo all’italiana che ci ha regalato litigi continui fra Regioni e Governo centrale nei mesi più duri della pandemia, disorientando i cittadini e le amministrazioni chiamate a gestire l’emergenza. Molto da capire anche nel come raggiungere rapidamente le persone che hanno maggiormente bisogno di assistenza economica e sanitaria.

Quando le cose non funzionano nell’intervento pubblico, si tende a prendersela immancabilmente con la burocrazia. Ma cos’è la burocrazia e da cosa è originata? Il sospetto è che sia spesso il frutto delle invasioni di campo della politica che non si fida della tecnostruttura e mette una lunga serie di paletti al suo operato. E che ruolo gioca in questo contesto quel ceto intermedio che si colloca fra i politici e la tecnostruttura non rispondendo al giudizio degli elettori né al vaglio delle competenze richiesto dalle diverse amministrazioni? È giusto che queste figure apicali possano essere rimosse ad ogni cambio di governo come previsto dallo spoils system?

In che misura i dipendenti pubblici devono essere trattati diversamente dai dipendenti privati? Si dice spesso che l’accesso al pubblico impiego avviene, contrariamente che nel privato, tramite concorsi. Ma quanti dirigenti e quadri intermedi nella PA sono entrati senza concorso?

Questi alcuni dei temi su cui ci si interrogherà a Trento e sul web nelle giornate del Festival. È la seconda edizione (e speriamo l’ultima) ad avere luogo durante la pandemia da Covid-19, quindi molti saranno a Trento solo virtualmente. Ma questo servirà a spingere ancora più persone a partecipare al Festival nelle strade e nelle piazze quando finalmente saremo fuori da questo incubo.

 

Tito Boeri

Direttore scientifico del Festival dell’Economia